Possono esserlo, se usati per dichiarare una neutralità che non esiste. Per questo non la dichiariamo.
Le critiche ai plastic credit sono tre, e sono serie. Le prendiamo una per una.
«Sono un alibi per non cambiare nulla.» È vero, se la compensazione sostituisce la riduzione. Nel nostro metodo la riduzione viene prima, per gerarchia dichiarata: la compensazione riguarda solo il residuo misurato, in un perimetro e in un periodo dichiarati. Un credito comprato al posto di una riduzione possibile è un uso sbagliato dello strumento — e lo scriviamo sulle nostre pagine, non nelle note a piè di pagina.
«Non esiste uno standard globale condiviso.» È vero, e non lo nascondiamo: a differenza di altri mercati ambientali, quello dei plastic credit si regge su standard privati. Noi dichiariamo il nostro — lo standard CPRS — e i suoi limiti, compreso ciò che oggi non è ancora verificato da terzi. Chi invece presenta uno standard privato come uno schema pubblico sta facendo esattamente il greenwashing di cui parlano i critici.
«I progetti sono lontani da chi compra i crediti.» I nostri siti sono dichiarati e geolocalizzati: Nonthaburi in Thailandia, Kaipola in Finlandia, con indirizzi e certificati pubblicati. La distanza geografica non è nascosta: è documentata. La plastica mista non riciclabile è un problema globale e gli impianti stanno dove il flusso di materiale esiste.
C'è infine un punto che riconoscono gli stessi critici: la plastica, a differenza della CO₂, è un oggetto fisico. Si pesa, si conta, si traccia. Un chilogrammo di plastica trattata è un fatto materiale, non una stima atmosferica.
Prove: i certificati, cosa provano e cosa no · cosa sono i plastic credit e la mappa degli standard