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La frase verde sul tuo sito: tre domande per capire se regge

Niente spiegazioni oggi: tre domande. Rispondete a mente, sul serio, e alla terza saprete già dove siete.

Normativa Pubblicato il Di Plastic Credit Green Agency

Il 27 settembre non porta un modulo da compilare né un adempimento da spedire a qualcuno. Porta una cosa più semplice e più scomoda: da quel giorno un'affermazione ambientale che non potete dimostrare diventa contestabile. Non «sbagliata»: contestabile. È una differenza che si sente solo il giorno in cui qualcuno contesta.

Per capire dove siete non serve un consulente. Serve mezz'ora, la home page del vostro sito aperta e tre domande.

1. Chi la legge, cosa capisce che avete fatto?

Prendete la frase più verde che avete pubblicato. «Attenti all'ambiente». «Packaging sostenibile». «Un'azienda green». Leggetela fingendo di non sapere niente della vostra azienda: cosa vi promette?

Il metro non è cosa intendevate voi. È cosa capisce un lettore normale — e il lettore normale è generoso: davanti a una frase vaga immagina più di quello che c'è. È così che una frase scritta in buona fede diventa una promessa che nessuno ha mai fatto.

Il test è sbrigativo ed è l'unico che conta: fate leggere la frase a qualcuno che non lavora con voi e chiedetegli cosa avete fatto. Se la risposta è più grande di quello che avete fatto davvero, la frase è più grande di voi. Qui ci sono cinque frasi comuni e come sono state riscritte.

2. Se domani qualcuno vi chiedesse la prova, cosa aprireste?

Non «cosa direste». Cosa aprireste. Un file, una fattura, un certificato, un foglio con dei numeri e una data sopra.

Vale la pena chiarire chi fa questa domanda, perché quasi nessuno immagina la persona giusta. Non è un'autorità che bussa: nella stragrande maggioranza dei casi è un cliente che sta compilando un questionario di sostenibilità, un buyer della grande distribuzione, una banca che istruisce una pratica, o un concorrente che ha notato la vostra frase e ha più tempo di voi.

Se la risposta è «gliela spiegherei», la risposta è no. Una spiegazione non è una prova: è quello che si fa quando la prova non c'è.

3. Il numero che avete scritto, da dove viene?

Se nella frase c'è un numero — «abbiamo ridotto del 30%», «compensiamo la plastica dei nostri imballaggi» — allora dietro c'è un conto. Chi l'ha fatto, su quali dati, su quale periodo, su quale perimetro.

È la domanda che manda in crisi più aziende delle altre due messe insieme, e non perché qualcuno bari. Perché il numero è stato stimato una volta, in fretta, magari da una persona che nel frattempo ha cambiato ruolo, e da allora nessuno l'ha più rifatto. Un numero che non sapete rifare non è una prova: è un ricordo.

La differenza fra i due è tutta in una riga scritta da qualche parte: quali imballaggi sono stati contati, in che periodo, con quale criterio. Misurare l'impronta plastica su un perimetro e un periodo dichiarati serve esattamente a questo — avere un numero che chiunque, fra due anni, possa rifare partendo dagli stessi documenti.

Cosa fare delle tre risposte

Escono tre esiti, e per ognuno c'è una cosa sola da fare.

La frase regge e la prova esiste. Bene: mettete il documento dove lo ritrovate, non dove l'avete trovato oggi. La cartella con le sei sottocartelle serve a questo e si prepara in un pomeriggio.

La frase è più grande di quello che avete fatto. Non va cancellata: va ridimensionata finché non coincide con i fatti. Quasi sempre significa aggiungere due parole — quali imballaggi, in che periodo — e quelle due parole la rendono difendibile.

La prova non c'è. Allora o la costruite o togliete la frase. Sono le uniche due strade, e la seconda non è una sconfitta: una frase in meno sul sito non è mai costata un cliente, una frase indifendibile sì.

Se volete farlo per bene su tutte le affermazioni pubblicate, e non solo sulla prima, la checklist è qui e la guida ai green claims copre i casi dubbi.

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Tre domande, mezz'ora. La cosa notevole è che quasi nessuno se le fa prima che qualcuno gliele faccia — e a quel punto rispondere costa molto di più.

Fonti

  1. D.lgs. 20 febbraio 2026, n. 30 — Normattiva

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